Maurizio Tittarelli Rubboli

Taccuino di appunti

“Se sono diventato pittore forse lo devo ai fiori”.
Monet così pensava del suo essere pittore.

Se penso al perché sono diventato ceramista di motivi ne trovo tanti, molti legati al mio passato, alla mia cerchia familiare, a mia madre. Motivi legati quindi alla mia reazione, quasi sempre emotiva e faticosa all’esperienza, qualunque essa sia.

Da ceramista sono riuscito, penso, a rinnovare la tradizione più che centenaria della mia famiglia. Questo non è stato un atto forzato, ma spontaneo. Penso al pensiero di Virginia Woolf – I am rooted but I flow – anche io ho forti radici ma passo e passerò come l’acqua di un ruscello. In più, per indole e per ciò che la vita mi ha offerto, ho dovuto rinnovare la mia vita continuamente: rinnovare la ceramica è stato quasi speculare al rinnovare l’esistenza, come un funambolo.

Monet mi ritorna ancora in mente, con i suoi fiori/colori. In questo cambiamento l’asse portante non è mutato. I lustri oro e rubino e il blu di Sèvres della mia famiglia non sono cambiati, rimangono lì come polene a prua di una nave. Sfidano le tendenze del less is more e asseriscono con forza il loro vitalismo mediterraneo in omaggio al mare viola di Omero, ai ceci d’oro di Saffo e al dolce color d’oriental zaffiro di Dante.

Il coro delle sirene di Ulisse, come altri cori e tendenze in ambito artistico – non mi ha portato al bianco e al nero. Il cambiamento e l’innovazione sono apparsi discretamente, spesso come citazioni letterarie: i Ricami con William Morris, le Roses con Gertrude Stein, le Scatole con i Pesci Ciuffetto e le Rane con Fedro ed Esopo, le ciotole con la cultura islamica e Alan Caiger-Smith, le Trumpets con Sutton Taylor.

E lo storicismo è scomparso grazie al secolo in cui sono nato che certo non è per paggi, dame e cavalieri, anche se a tanti piace ancora vestirsi da donna.

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