La ceramica non è, per me, una materia da dominare, ma una sostanza con cui entrare in relazione. Ogni opera nasce dall’incontro tra conoscenza tecnica, memoria e trasformazione: un processo nel quale ogni mio gesto si misura continuamente con ciò che non può essere interamente previsto. È proprio in questo margine di incertezza che riconosco il carattere più autentico del fare.
La maiolica a lustro custodisce una delle più straordinarie alchimie della tradizione ceramica. Il fuoco, gli ossidi metallici, l’atmosfera del forno e il tempo concorrono a generare una superficie che non appartiene più soltanto alla terra, ma sembra trattenere la luce stessa. Il lustro non è un rivestimento: è una metamorfosi. È il momento in cui la materia attraversa una soglia e diviene altro, senza perdere la memoria della propria origine.
Lavorare oggi con questa tecnica ereditata dalla mia famiglia significa dialogare con una tradizione più che secolare, significa quindi confrontarsi con quella che in psicoanalisi viene chiamata trasmissione transgenerazionale, senza ridurla a semplice citazione. Le antiche conoscenze per me non sono reliquie da conservare, ma presenze vive, quasi fantasmi benevoli che continuano a interrogare il presente attraverso quello che faccio. Ogni mio lavoro porta con sé la voce di chi ha sperimentato prima di me, ma cerca anche un linguaggio capace di parlare al nostro tempo.
Nella mia ricerca la forma e la decorazione tendono progressivamente all’essenziale simbolico senza mai perdere di vista l’equilibrio e l’armonia. Cerchi concentrici, spirali, cavità, rilievi e forme animali non sono semplici figure geometriche o riprese dalla natura, ma immagini archetipiche di un movimento continuo: espansione e ritorno, origine e infinito, materia e spirito. La luce, riflettendosi sulle superfici cangianti del lustro, modifica incessantemente la percezione dell’opera, rendendola instabile e viva. L’oggetto non è mai definitivamente concluso, perché si compie nello sguardo di chi lo osserva e nella variazione della luce che lo attraversa. Talvolta questa ricerca si espande oltre il singolo oggetto e assume la forma dell’installazione. Quando dispongo le opere nello spazio, il dialogo tra luce, materia e ambiente si moltiplica: ogni elemento entra in risonanza con gli altri e con il luogo che li accoglie.
Rivendico il valore della perizia tecnica come forma di pensiero. La precisione, la lentezza, la ripetizione del gesto, l’attesa del forno e l’accettazione dell’imprevedibile non sono soltanto procedure esecutive: costituiscono una disciplina dello sguardo e della mente. Il sapere custodito nelle mani è una conoscenza complessa quanto quella teorica e scientifica custodita nella mente, perché nasce dall’osservazione, dall’esperienza e dalla verifica continua.
In un tempo che privilegia la velocità e la smaterializzazione, scelgo una pratica che richiede pazienza, rischio e responsabilità. La bellezza che inseguo non è decorazione né perfezione formale: è una forma di comunicazione, uno stato di equilibrio fragile, in cui tecnica, memoria, invenzione, visione e caso trovano una momentanea armonia. Se l’opera riesce a suggerire questo istante di grazia, allora la materia ha compiuto, ancora una volta, la sua silenziosa trasmutazione.
Maurizio Tittarelli Rubboli